GRAN KAN * RACCONTI D’ARTISTA PER VIAGGIATORI. Federica Forti

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GRAN KAN *

RACCONTI D’ARTISTA PER VIAGGIATORI

Mi sembra che tu riconosci meglio le città sull’atlante che a visitarle di persona, – dice a Marco

l’imperatore richiudendo il libro di scatto. E Polo: – Viaggiando ci s’accorge che le differenze si

perdono: ogni città va somigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma ordine distanze,

un pulviscolo informe invade i continenti. Il tuo atlante custodisce intatte le differenze…

(Italo Calvino, le città invisibili, 1993,

Palomar S.r,l. e Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Milano, pp. 137- 140)

A Venezia, Roma e Firenze intorno a fine Ottocento hanno soggiornato per lunghi periodi intellettuali in viaggio alla ricerca delle tracce del mondo classico ancora tangibili nel presente. Ammaliati dal fascino di un Paese che incarnava l’ideale romantico della riscoperta delle radici culturali, questi viaggiatori colti e curiosi, oltre a studiare l’antico, innescavano durante i loro soggiorni nella città italiane anche importanti scambi culturali. I souvenir di viaggio che gli artisti italiani preparavano ad hoc per gli esigenti clienti stranieri che volessero portare a casa una traccia della loro esperienza unica e soggettiva, favorivano da un lato una concorrenza stilistica tra artisti misurata in termini di qualità ed originalità, e dall’altro chiamavano gli stessi artisti a rileggere il patrimonio storico, culturale e naturalistico del proprio paese.

L’Italia ha avuto quindi un importante debito nei confronti di questi viaggi passati alla storia col nome di Gran Tour e le stesse mete, da centri di scambio, sono diventate luogo di consumi commerciali omologati e globalizzati. Il souvenir da prodotto artistico è diventato ormai solo un oggetto prodotto in serie ed i monumenti tappe di una caccia al tesoro contro il tempo in cui il turista, macchina fotografica e portafogli alla mano, scatta e acquista, pronto per ripartire alla volta di una nuova meta. Le residenze contemporanee degli artisti internazionali in Italia acquistano pertanto un importante ruolo per la difesa di questo tipo di scambio culturale tra paesi.

Ispirato al dialogo tra Marco Polo e Kublai Khan, che intramezza i racconti de Le città invisibili di Italo Calvino, la mostra mette a confronto tre video di artisti contemporanei stranieri che hanno lavorato in Italia e le tele di tre artisti italiani di fine Ottocento che riflettono i gusti ed il pensiero italiano del tempo.

Il progetto apre quindi una riflessione attraverso sei punti di vista d’artista, soggettivi e diacronici, sulle città di Roma, Venezia e Firenze, principali mete del Grand Tour. Marco Polo incarna l’uomo moderno, ante litteram: partito per l’Oriente per motivi commerciali, la sua curiosità e quella del Gran Khan di cui è ambasciatore prediletto, lo rendono il primo grande esploratore del mondo. Ma se l’uomo moderno era costretto ai tempi lunghi del viaggio che favorivano quelli altrettanto lunghi dello studio e dell’osservazione, l’uomo contemporaneo può si spostarsi – per lavoro o per vacanza- con una facilità in cui spazio e tempo si contraggono. Il viaggio ha un valore intrinseco molto importante: chi viaggia rispetta le culture che incontra perché si sente ospite, chi viaggia osserva e confronta.

Tre artisti contemporanei residenti in Italia si sono mossi in tal senso, indagando le città in cui si trovavano per un periodo sufficientemente lungo. Li osservavo affascinata, come tutte le volte che a Roma entro nello studio di un artista residente nelle Accademie Internazionali e mi tornava in mente il testo di Calvino fino a quando tornando a vedere la Galleria Nazionale d’arte moderna di Roma mi sono trovata davanti la tela ottocentesca di Tranquillo Cremona: “Marco Polo alla corte del Gran Khan dei Tartari”. Non si trattava di una semplice coincidenza, ma di un caso fortunato che chiudeva il cerchio della mia riflessione.

I progetti dei tre artisti contemporanei, Emilio Chapela, Avelino Sala e Pelayo Varela, sono stati messi in dialogo con i temi e le scelte stilistiche di tre quadri ottocenteschi dei pittori Tranquillo Cremona, Gerolamo Induno e Pietro Fragiacomo esposti nella collezione permanente della Galleria nazionale d’arte moderna (sale 4, 5, 6), realizzando una riflessione puntuale ma diacronica sul senso del viaggio.

Avelino Sala è un artista impegnato politicamente sulla denuncia cacotopica della caduta dei valori morali che portano alla frantumazione postmoderna dell’essere umano, come in uno dei suoi lavori più recenti, Distopia: RIGHT NOW (2012) che punta i riflettori sul movimento de los indiñados presentato come una massa compatta ma disgregata dall’assenza di identità, senza volto né responsabilità dirette che lotta contro un potere economico e politico senza poter identificare un vero unico colpevole. In Hostil/Hostal (2007) crea un cortocircuito basato sulle due parole omofone “hostil/ostile” che denunciano l’ostilità nel territorio di confine tra il sud della Spagna e il nord del Marocco e “holstal/ostello”, il più economico e diffuso sistema di ricezione turistica. Durante la sua residenza a Roma presso l’Accademia di Spagna (“Patria o Muerte”2010), l’artista ha lavorato sui simboli fascisti ancora presenti nel tessuto urbano. Nello stesso ambito ha preso vita il lavoro scelto per questo progetto, “poetica de la fuga” (2010) composto da un video ed alcuni disegni correlati. Questo, a differenza di altri lavori dell’artista, presenta un’impostazione iconografica decisamente classica, sia nella scelta dei soggetti che nella composizione delle immagini.

Nella sala 5 della GNAM, denominata “Classici e Romantici”, il video è stato messo in dialogo con il dipinto risorgimentale di Gerolamo Induno, “Trasteverina uccisa da una bomba” (1850). Dal confronto emerge l’analoga denuncia contro la vanità della guerra, espressa nel caso di Induno con taglio fotografico (moderno per l’epoca) in antitesi rispetto al lavoro di Sala dove il motivo della figura femminile che suona tra gli ulivi ricorda le composizioni di Nicolas Poussin. La fuga è colta dall’artista spagnolo nel momento in cui l’azione è bloccata tra futuro e passato, un momento sospeso nel tempo, poetico, in cui il pensiero stesso della fuga segna la disfatta, l’inutilità dell’azione, come in certi quadri di David che, pur romantici nei temi, restano classici. La “Trasteverina” di Induno, distesa a terra in primo piano senza vita, sottolinea invece l’imparzialità con cui la guerra miete le sue vittime. Il taglio fotografico, l’accento sul colore rosso del sangue e della veste e del dettaglio di brandello in alto sulla sinistra, stagliato sul cielo dove vita e morte ancora si disputano, rendono al contrario il carattere di quest’opera fortemente romantico. Nonostante Induno fosse attivista politico, e quest’opera fosse dall’artista volutamente stemperata al fine da evitare giudizi critici negativi, sembra trapelare dalle sue pennellate un giudizio morale, un dubbio sul prezzo, spesso troppo alto, della guerra che avvicina concettualmente il suo lavoro a quello di Avelino Sala.

Un altro dialogo si concretizza nella sala 4 dedicata ai “I luoghi del viaggio in Italia”, quello tra la Venezia ottocentesca di Pietro Fragiacomo e la Venezia attuale vista dagli occhi di Emilio Chapela, artista che lavora sulla natura dei media e l’effetto di questi sulla società. Fragiacomo con la sua piccola tela (“Squeri a San Baseggio”, 1886) cercava una veduta di Venezia minore e quindi inusuale (e moderna) rispetto alla Venezia dipinta sapientemente e pazientemente dai vedutisti fin dal cinquecento, ma all’poca proposta troppe volte per oltre trecento anni. Una Venezia, quella di Fragiacomo, “lontana dal clamore e dai fasti di piazza San Marco dove una piccola imbarcazione scivola sulle acque della laguna, sullo sfondo il profilo sfumato della città. L’attenzione dell’artista, come ci suggerisce lo stesso titolo, si concentra sugli squeri, cantieri navali caratterizzati da coperture a tettoie in legno, adibiti alla costruzione, manutenzione e ricovero delle imbarcazioni” Anche quest’opera, come la maggior parte delle “visioni lagunari” di Fragiacomo, svela un lirismo elegiaco e contemplativo, modulato atmosfericamente in piani prospettici diversi e nel delicato equilibrio tonale” (L.Sorrenti). Chapela in posizione diametralmente opposta (“Badauds vénitiens”, 2013), insiste sull’immagine di Venezia città souvenir per eccellenza, fermo immagine e cartolina. La fotografia in tal caso non è ricerca di nuove registrazioni della realtà così come avveniva nelle sperimentazioni fotografiche e pittoriche (influenzate dal nuovo mezzo fotografico analogico) di fine Ottocento, ma al contrario genera immagini digitali ripetitive e ripetute, fisse come quelle dei vedutisti veneziani, ma di basso livello come quelle delle cartoline postali, anche se qualitativamente peggiori. Interessano Chapela gli scatti inconsapevoli del turista che preme il bottone per l’inconscio desiderio di farlo, e immortala malamente gli stessi monumenti che già conosce, nel modo in cui li ha già visti da lontano, via web, sulle guide turistiche o nelle fotografie degli amici.

In residenza nella città lagunare ed in accordo con la sua ricerca su Google ed i fenomeni sociali di massa, di cui un esempio per tutti è l’opera “According to Google” (2008), Chapela registra la bulimia con cui la città viene consumata quotidianamente. Determinante la formazione dell’artista in scienze matematiche ed in comunicazione che influenza la sua ricerca incentrata sul mezzo Internet monitorato dall’artista come universo da cui trarre enciclopedie inconsapevoli del fruitore date dalla somma dei criteri di ricerca del singolo utente che diventa summa di criteri comuni di ricerca. Il lavoro del According to Google è composto da quaranta volumi enciclopedici con immagini estratte da Internet attraverso il motore di ricerca Google. Ogni volume afferisce ad un concetto come “bellezza”, “capitalismo” o “arte” e sfogliandolo è possibile ripercorrere le immagini più ricorrenti date dalla quantità di visualizzazione effettuate dai fruitori. Seguendo lo stesso criterio Chapela ha realizzato il video Badauds vénitiens a seguito di un soggiorno in città, ma definito solo in postproduzione, utilizzando esclusivamente immagini estratte da Google-immagini che appartenessero agli scatti ed ai commenti dei turisti. La sequenza incalzante delle fotografie imita sia la quantità di gente che invade le calle veneziane con macchine fotografiche e commenti indistinti, sia l’ondeggiare del vaporetto stracolmo di turisti che vagano da una meta all’altra. Del resto il titolo lo spiega: l’espressione francese badaud (curioso) nasce nella letteratura francese di inizio ‘800 e viene poi usato per connotare negativamente i costumi del turismo di massa.

La riflessione su Firenze lega invece il lavori di Tranquillo Cremona e Pelayo Varela e chiude il cerchio del progetto, ispirato proprio alla figura di Marco Polo ed al suo racconto arricchito dalla rilettura metanarrativa di Calvino. Il tema ci riporta al punto di partenza: alla ricerca sul senso del viaggiare, sull’importanza di viaggiare in modo curioso e consapevole cercando quelle differenze che, a detta di Polo, viaggiando si perdono e restano sui libri, nella memoria. E’ vero, le città si omologano, i confini sbiadiscono e oggi più che mai sembrano essere le une uguali alle altre. A dispetto di ciò e in difesa delle tradizioni ancora conservate nel sapere artigianale si muovono il pensiero ed il lavoro di Pelayo Varela, che con ironico distacco incentra la sua ricerca artistica sulla critica del sistema di cui fa parte: il mercato dell’arte contemporanea legato al mondo delle gallerie, delle fiere e delle grandi rassegne (Cabeza borradora, 2013, serie dei CV, 2013).

In residenza a Firenze nel 2010 (e poi nel 2011 a Roma presso l’Accademia di Spagna) Varela commissiona la riscrittura dei nomi degli artisti occidentali più influenti secondo le statistica di Artfacts (del semestre), ai venditori ambulanti cinesi che realizzano scritte per i turisti mutuate dalla grafica degli ideogrammi rivisitata in forme figurative di tipo zoomorfo e vegetale. Fake! questo il titolo del video, racconta uno dei casi in cui un’antica tradizione, come quella della scrittura per la cultura cinese, viene piegata a necessità commerciali. Ciò contro cui si è battuto l’artista cinese Ai Weiwei, l’impoverimento della cultura cinese a favore della manodopera a basso costo (Sunflower Seeds), trova voce in quest’opera di Varela che evidenzia la contraddizione tra l’iperbolico mito dell’artista contemporaneo come icona indiscussa e universalmente condivisa da leggi di mercato che conciliano le differenze culturali tra Oriente e Occidente.

La tela di Cremona ed il video di Varela sono anche associabili attraverso l’assenza. La città di Firenze è assente in entrambe i lavori. L’artista spagnolo ha dato origine allo studio sulla comunità di ambulanti cinesi che popolano la piazza di Santa Maria del Fiore, il Duomo di Firenze e di fatto la comunità cinese in Italia con maggior densità demografica si concentra proprio attorno al Capoluogo toscano.

Interessa questi due lavori a confronto il tema strettamente legato al viaggio e alla Cina passata e contemporanea, come suggerito dal titolo della sala 6 che li ospita: “Lontano nel tempo e nello spazio”. Tranquillo Cremona dipinge la sua tela nel momento in cui svanisce per lui la possibilità di partire per la Persia. Vediamo nel quadro come il mondo orientale sia ancora sognato, mitizzato, immaginato secondo “un gusto per l’esotico estremo-orientale che si stava diffondendo in Europa all’indomani della partecipazione giapponese all’Esposizione internazionale di Londra del 1851. Il dipinto è un quadro “storico” in una nuova accezione del termine, è una fantasiosa e fastosa evocazione di luoghi, costumi e gusti esotici” (L.Sorrenti).

Le lontananze spaziali, temporali e culturali nel mondo contemporaneo tendono invece ad annullarsi, sarebbe più facile contaminarsi, scambiare idee e saperi, gusti e tradizioni, invece le città si omologano, mentre i centri minori si perdono nell’alienazione della realtà irraggiungibile ma vicina che arriva attraverso i canali virtuali. Questi fenomeni, da un punto di vista strettamente legato al mercato dell’arte, danno origine ad un gusto a-critico livellato verso il basso e basato gusti e desideri indotti dal mercato stesso. I linguaggi estetici e gli approcci concettuali occidentali degli ultimi trent’anni sono presi in prestito come modelli dalla produzione artistica orientale, ma questa condizione emulativa, al contrario di quel che si potrebbe desumere, anzi che essere additata negativamente, origina una domanda crescente di opere d’arte orientali sia nel mercato orientale che in quello occidentale (si vedano le collezioni di Charles Saatchi dove esotico non è il gusto, ma la vendibilità di collezioni a pacchetto come “l’arte cinese contemporanea” o quella indiana, giapponese, coreana).

Nel mondo diviso tra realtà globalizzata e localizzata (Z. Bauman, 2005), globalizzazione non coincide con scambio tra culture anche qualora queste entrino in diretto contatto e si tocchino grazie ai sistemi del mondo globalizzato in cui spostamenti e comunicazioni si semplificano e rendono, una comunità impiantata in territorio straniero, come quella cinese in Italia. Turista e migrante sono due figure della società contemporanea poste agli antipodi l’una dell’altra. Se il mondo è cucito a misura delle esigenze del turista, il migrante che viaggia per necessità e non per scelta, non trova una dimensione integrativa in quanto la sua diversità non viene socialmente riconosciuta come opportunità di scambio, ma anzi come minaccia (Z. Bauman. I cinesi del video Fake! non avrebbero alcuna possibilità di vendita se non occidentalizzassero il loro sapere artigianale e se non lo semplificassero a prodotti concettualmente seriali, perché basati su un alfabeto grafico che si ripete, ma di fatto unici perché prodotti a mano e dall’artigiano in persona, a differenza di quanto accade nel sistema dell’arte contemporanea dove ideazione e produzione sono spesso svincolate.

Vorrei non concludere ma anzi aprire, arrogandomi un ruolo che è quello dell’arte, prendendo ancora una volta in prestito le parole di Marco Polo “L’Inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abbiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.” (I.Calvino)

Testo di Federica Forti

* il titolo con la parola Kan priva di “h” si riferisce alla citazione del testo “Le città invisibili” di Italo Calvino.

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